La questione della legittimità del voto di maggioranza, affrontata negli articoli precedenti, è problema distinto dalla questione dei suoi limiti di applicazione, e della sua efficacia, ed è problema ancora più serio. E’ un problema di natura, per così dire, strutturale, di natura etico-politica, ossia riguarda il problema di quanto la maggioranza dei voti di un’assemblea sia veramente espressiva della maggioranza delle volontà degli elettori. 

Osserviamo quanto dice Claus Offe in Claus Offe, Legittimazione politica mediante decisione a maggioranza?, in Democrazia, Maggioranza, Minoranze, al proposito:

La concorrenza per procurarsi la maggioranza è mediata da apparati di partito che assumono da una parte una posizione quasi monopolistica che rende straordinariamente difficile l’accesso di nuovi concorrenti sul mercato politico; dall’altra, come ben si sa, dalla teoria della concorrenza oligopolistica, essi inclinano al livellamento del «prodotto» o del programma.

Quali sono le condizioni di legittimità di una maggioranza, se essa è espressione di un’oligarchia? La maggioranza dei rappresentanti in Parlamento può essere espressione di una minoranza di elettori, non ovviamente in senso numerico (anche se i sistemi proporzionali si avvicinano a questa possibilità, almeno dal punto di vista del rapporto fra maggioranze e minoranze relative) ma nel senso appunto della loro forza di rappresentanza degli interessi di tutti i cittadini dello stato. Si dirà che in tal caso i cittadini hanno esercitato male il loro diritto di voto, votando per chi nella pratica non li rappresenta, ma appunto, hanno i cittadini il potere di esercitare il loro diritto di voto nel senso pieno? Se le alternative elettorali non soddisfano, in che misura l’elettore esercita davvero il suo diritto a essere rappresentato con il voto a una di esse (o anche con il non voto, che rappresenta la soluzione estrema se davvero entrambe le alternative sono improponibili)? 

Se il potere è auto-referenziale, e tende a riprodurre se stesso, è chiaro che la prassi elettorale fornisce un’alternativa fittizia: i partiti, nel desiderio di partecipare da protagonisti al gioco politico, tendono ad assomigliarsi, e a propinare gli stessi programmi demagogici per accaparrarsi il consenso degli elettori, laddove la classe politica, solo apparentemente distinta in una o più fazioni, è unita nell’unico progetto di mantenersi al potere, dimenticando il rapporto di fiducia con i cittadini. Una volta ottenuto il governo, il potere auto-referenziale può cercare di riproporre all’infinito questa formula, attraverso la riproposizione sterile delle false alternative, il non cambiare fingendo il cambiamento, anche attraverso il controllo dell’istruzione e dell’educazione, che possono essere esercitate per «addormentare» l’elettorato o innescando meccanismi di apatia politica (facendo credere che non ci sono altre possibilità, l’unica è votare quei partiti e quei programmi) o meccanismi di sfiducia complessiva, non più nei protagonisti del gioco, ma nel sistema stesso di regole (scatenando il qualunquismo antidemocratico o il gioco del «tutto criticare»). È precisamente quello che accade nella vita della democrazia reale del giorno d’oggi.

E’ tempo che la teoria fornisca soluzione a questo autentico «dramma della democrazia maggioritaria».

Un primo chiarimento fondamentale è che la questione di legittimità della maggioranza che abbiamo è in realtà una questione di legittimità della rappresentanza. La domanda è: le espressioni di volontà degli eletti (codificate nei voti in assemblea) sono rappresentative delle espressioni di volontà degli elettori (codificate nei voti contati nelle urne)? 

Rappresentanza e principio di maggioranza sono da sempre intese come le due caratteristiche chiave della democrazia. Osserveremo solo brevemente che il concetto di rappresentanza (come quello di maggioranza) non è strettamente collegato a quello di democrazia, o meglio lo è solo a partire da certe circostanze storiche. Gli antichi, come è noto, avevano sviluppato sistemi di democrazia diretta, e l’impossibilità di riprodurli oggi deriva dalla complessità della società attuale, sia nel senso del numero degli individui che nel senso della sua strutturazione sociale. Dunque la rappresentanza non è, in sé e per sé, la democrazia (esattamente come il principio di maggioranza non è in è e per sé la democrazia), ma vi appare piuttosto come una sua manifestazione ineludibile, considerate le condizioni storiche: fintanto che i confini degli Stati e la struttura della società rimarranno quelli attuali, la democrazia non può essere diretta, ma necessariamente rappresentativa.

Si è appena detto che «un corretto funzionamento della regola di maggioranza è tale solo se la maggioranza parlamentare è legittimamente rappresentante degli interessi della maggioranza dei cittadini». Da questa esposizione è evidente che la prassi della rappresentanza chiama in causa un problema immediato: quello della rispondenza delle azioni dei rappresentanti con le volontà dei rappresentati. È necessario ancora una volta ribadire che questo è per noi non solo il problema principale delle democrazie attuali, ma anche l’elemento fondamentale su cui ogni teoria della democrazia deve concentrare la sua attenzione, se vuole davvero realizzare l’ideale democratico «puro». Si tratta perciò di verificare i requisiti istituzionali in base ai quali l’esigenza della rappresentanza può essere espressa al meglio e nella maniera più trasparente.

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