IV Puntata

Il caso italiano nel fenomeno dello sviluppo del populismo negli ultimi anni costituisce un’eccezione importante e interessantissima non solo per noi che viviamo nel Belpaese ma anche per l’osservatore internazionale più asettico.

Nello scorso articolo abbiamo esaminato attraverso i flussi di voto cinque esempi di stati che fra il 2016  e il 2017 hanno visto l’abnorme incremento dell’onda populista (USA, UK, Francia, Germania, est-Europa). Ma il caso italiano costituisce al contempo un’eccezione e un modello rispetto agli altri cinque per una serie di ragioni importantissime, che chi vuole conoscere a fondo il fenomeno non può assolutamente trascurare:

  1. Anche se c’erano stati scossoni elettorali nella penultima legislatura (2013-18) il terremoto politico in Italia è avvenuto davvero nel 2018, cioè uno o due anni dopo gli altri paesi: infatti la precedente legislatura aveva comunque visto governi di marca PD (partito senza dubbio tradizionale) forti di un sostegno elettorale a trazione centro-sinistra che nel 2013 il M5s aveva solo insidiato (25% dei voti alla prima sua comparsa). 

Invece nel 2018 il M5S diventa primo partito con più del 30% dei voti, e la coalizione di centro destra guidata dalla Lega la prima coalizione con il 35% dei voti, ma soprattutto succede dopo due mesi che sono questi due partiti populisti a governare. Non era accaduto da alcuna altra parte d’Europa, se non in Francia dove le elezioni presidenziali avevano visto l’affermazione di due partiti fuori sistema. Ma in ogni caso Macron indubbiamente era molto più pro-establishment é Di Maio né Salvini!

2) Il voto italiano populista del 2018 si presenta notevolmente spaccato a livello territoriale: sostanzialmente il Nord alla Lega e il Centro sud ai M5s, mentre gli altri partiti razzolano le briciole.

3) L’Italia, come nota uno studio della Luiss, il 4 marzo 2018 diventa l’unico paese d’Europa a dare la maggioranza ASSOLUTA  ai partiti populisti Lega e M5s (circa il 52% totale), con ben 18 milioni di voti spostati ai danni dei partiti tradizionali. Nè Trump, né Macron, né Alba Dorata o chi altro vogliate pensare ha raggiunto questo risultato.

4) l’Italia è l’unico paese fra i casi citati dove l’onda populista si manifesta sin da molto più tempo: in questo senso, l’Italia rispetto al mondo intero ha anticipato i tempi. Infatti partiti populisti compaiono in Italia già dagli anni ’90, e governano pure: Forza Italia e la Lega Nord (ma anche Italia dei Valori dell’ormai dimenticato Di Pietro), esistono dal 1993-94, e quindi con ben vent’anni di anticipo rispetto ai populismi attuali. E che fossero partiti populisti anche allora non c’è alcun dubbio: da una parte Bossi inneggiava a Roma Ladrona e aveva un profondo impulso anti-sistema e anti-partito, dall’altra Berlusconi ha costruito intere campagne elettorali poenendosi come uomo nuovo venuto dall’impresa, contro i partiti tradizionali. Entrambe si presentavano come forze anti-sistema e anti-partitiche. L’Italia, insomma, conosce il populismo non da ieri, ma da quasi 25 anni!!!!

5) dal punto di vista delle professioni votanti, e non della geografia del voto, l’Italia non segue il caso degli altri paesi: i Cinque Stelle sono il primo partito per preferenza di praticamente tutti i mestieri, senza distinzione: dai dirigenti agli imprenditori agli autonomi agli insegnanti, agli studenti, finanche i disoccupati e gli operai (studio IPSOS del 6 marzo 2018), prendendo in ognuna di queste categorie tra il 30 e il 35 per cento dei voti.

La Lega invece raddoppia i voti rispetto al 2013 nei distretti meccanici o di piccola produzione come a Terno d’Isola, Casalecchio di Reno, Sassuolo, il calzaturiero delle Marche. Insomma l’Italia delle Piccole Medie Imprese del nord, non solo nord-est, raddoppia i suoi consensi alla Lega.

Il PD invece si consegna a essere il partito delle elité: stravince tra chi ha reddito medio sopra i 24.000 euro come ad esempio nel quartiere Trionfale di Roma o al  ricco Vomero o Posillipo di Napoli, o a Capri, mentre si affossa a Scampia o Primavalle o Quarto Oggiaro. Di contro, la Lega è il partito che nei capoluoghi va peggio, mentre stravince nei piccoli comuni fino a 25mila abitanti.

Insomma l’elettore che nel 2018 in Italia rimane nel centro-sinistra è ricco, benestante, culturalmente almeno possessore di laurea o più, e vive nelle grandi città.

Tutto il contrario per Lega al Nord e M5s al Sud.

Questo, lo sapevamo già. Ma forse non abbiamo riflettuto abbastanza: se il PD era l’erede del PCI degli operai fuso con la DC area sinistra delle grandi masse cattoliche (quelle delle ACLI e della CARITAS), allora il PD si è perso i suoi rappresentati ed è diventato il partito dei manager, degli avvocati, dei notabili insomma.

Bene. Ora riprendiamo la conclusione della nostra terza puntata, dell’articolo scorso. Lì osservavamo che: 

  1. “il populismo non è un fenomeno passeggero, legato a una distrazione temporanea dell’elettorato o al carisma di questo o quell’altro leader. C’è in giro da tempo e ovunque”.

Ebbene, in Italia esiste da 25 anni e non si è fatto niente non dico per contrastarlo, ma nemmeno per comprenderlo e studiarlo.

  1. Per vincere il populismo, bisogna ascoltare la voce degli elettori dimenticati, di quegli strati della popolazione che non partecipano alla new economy e all’industria 4.0, ma al contrario che ne hanno subito le conseguenze. Questi elettori dimenticati erano, tendenzialmente, di sinistra o comunque espressione di classi operaie. Non è la destra che li affascina, ma la sinistra che non sa più essere attrattiva”.

L’Italia lo mostra apertamente. Infatti se la destra fosse totalmente attrattiva, avrebbe stravinto nel 2018. Invece la maggioranza ha scelto l’M5S, e diversi studi mostrano che il 60% dei voti i Cinque Stelle li hanno rubati alla sinistra. L’Italia, come il resto del mondo, non è andata a destra, o almeno non ancora. Semplicemente, non esiste più una sinistra capace di (per dirla alla Moretti) dire cose di sinistra.

3) “Se gli elettori dimenticati erano espressione di settori economicamente in crisi, cosa succederà nelle prossime elezioni post-emergenza COVID?”

La domanda è estremamente interessante. Anche perché capita stavolta che il COVID sia arrivato mentre erano al potere governi populisti (Trump negli USA, i Cinque Stelle, benché in alleanza col PD e Leu, in Italia, Orban in Ungheria). 

Con chi se la prenderanno ora i lavoratori in crisi nera, visto che imputeranno responsabilità ai loro governi, che sono quelli per cui hanno votato in massa nel 2016-17-18?

Anche su questo, il caso italiano ha molto da dirci. Soprattutto se spostiamo l’attenzione sulle ragioni culturali della avanzata populista. E lo faremo nel prossimo articolo.

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