Il dibattito sulla dicotomia destra-sinistra (sarebbe meglio dire sui resti della dicotomia destra-sinistra) è cresciuto e si è fatto quasi monopolizzante dall’89 in poi, come era ovvio aspettarsi. Alcune riflessioni sono interessanti, ma nessuna è ancora riuscita a illuminare i termini del problema, ovvero: in cosa devono differenziarsi, dopo il crollo del muero, destra e sinistra. Al più, come nel caso di Bobbio e di qualche altro autore, si è riusciti a individuare alcuni nuclei assiologici fondamentali, ma non si è sviluppata da questi una autentica prospettiva di ricostruzione della dicotomia in riferimento alle sfide politiche attuali. 

Destra e sinistra dagli anni ’90 ad oggi si sono differenziate nei programmi di governo, o nell’attuazione di certi interventi strutturali, o nella preferenza per certi meccanismi istituzionali piuttosto che per altri: ma non si differenziano affatto nell’accettazione di una visione della politica per cui ciò che conta è raggiungere il potere, e poi, una volta raggiunto, mantenerlo il più possibile cambiando il meno possibile.

Questa grande vuoto concettuale, persino negli autori più accorti come Gramsci ha fatto sentire tutto il suo peso, una volta di più, alla fine di questo secolo, quando una «nuova sinistra», ripulita dagli scheletri dell’armadio comunista, si è presentata come candidata attendibile per l’alternanza al potere. Nessun progetto, nessun programma, nessuna visione di lungo respiro: solo la stanchezza della classe di governo precedente ha quindi potuto consentire alla sinistra l’ottenimento della sua stagione di potere, ma da allora, come hanno dimostrato i governi Blair, Clinton, Jospin, Obama, nessuna vera riforma è stata effettuata. 

I programmi, da soli, non possono fare la differenza tra destra e sinistra: essi, se inseriti in una tavola assiologica adeguata, possono semmai essere il segno tangibile, concreto, misurabile, di quella differenza, ma solo a patto che i valori siano chiari, visibili, distinti. Non basta una differenza di grado. Ci vuole una differenza di contenuto.

Una proposta assiologica è quella adoperata ad esempio da Norberto Bobbio nel suo pamphlet Destra e Sinistra (Donzelli, 1994): e questo ne costituisce certamente un merito. 

Alla ricerca di una distinzione dicotomica che regga il confronto con la storia di queste due correnti politiche, ma anche con le sfide dell’attualità e del futuro, Bobbio propone di considerare come distintivo fra destra e sinistra il rapporto uguaglianza-disuguaglianza. C’è molto di vero in questa ricostruzione, soprattutto sul piano storico, ma sfugge a Bobbio che il valore di questa distinzione come punto di partenza per una ridefinizione della dicotomia è piuttosto scarso: la destra secondo Bobbio sarebbe portatrice di una visione antiegualitaria, nel senso che sottolinea l’importanza della diversità e il valore dell’ineguaglianza fra gli uomini come elemento imprescindibile della natura umana. L’impressione è che questa affermazione renda molta più giustizia alla storia che non all’attualità: quanto ha senso dire oggi che c’è uno schieramento ideologico che non accetta o non vuole l’uguaglianza? Quanto ha senso sostenere oggi, nell’epoca dei diritti umani e dei suffragi universali, che una delle due fazioni politiche sia promotrice della difesa dell’ineguaglianza? 

Il cammino del rapporto uguaglianza-ineguaglianza ha seguito in effetti durante la storia la strada della dicotomia sinistra-destra: ma credo che si possa dire oggi che questa strada non sia più un bivio, ma piuttosto un sentiero unico, accettato da entrambe le parti.

È tuttavia l’indicazione metodologica di Bobbio a essere soprattutto interessante: per non disperdersi nell’universo infinito delle definizioni, delle topologie, delle tassonomie che distinguono o dovrebbero distinguere la destra dalla sinistra, noi dobbiamo andare a cercare il riferimento ai valori.

Se non esistessero più valori capaci di fondare la distinzione fra destra e sinistra, avrebbero ragione quei critici che sostengono la morte delle fazioni. Ma in realtà un valore, un riferimento assiologico ancora esiste e resiste, e si propone decisamente anche come stella polare per il futuro, tanto più adesso che il movimento della storia sembra rallentato. 

Io credo che la dicotomia fondante la distinzione tra destra e sinistra sia quella del rapporto inclusione-esclusione. Intesa come la dicotomia tra chi vuole allargare a soggetti altri la sfera del potere e/o dei diritti, e chi invece ritiene che “altri” non debbano entrare, oppure possano entrare nelle sfere del potere del gruppo già costituito solo se si omologano in regole, valori, e modi di agire al gruppo dominante, essa regge alla prova della verifica storica, e al contempo si offre come ottimo riferimento per una riproposizione della battaglia politica anche nel futuro. Direi che la coppia inclusione-esclusione (dove per esclusione va inteso anche il processo, apparentemente diverso, di omologazione) si presta bene ad assumere il valore «eterno» e metastorico che si richiede a un riferimento concettuale di questo tipo, fondamentale per istituire una distinzione politica.

Ogni sinistra di ogni tempo storico, dai Gracchi al giacobinismo, dai livellatori inglesi alla utopia socialista, ha lottato per l’inclusione, ovvero per l’allargamento di diritti o sfere di potere a soggetti che ne erano esclusi: viceversa la destra, nelle sue diverse forme storiche, ha sempre assunto la funzione di difesa della tradizione, ovvero del mantenimento dei gruppi di potere al momento esistenti e dominanti. La coppia inclusione-esclusione (dove per esclusione dobbiamo sempre intendere, e non lo ripeteremo oltre, anche l’omologazione) mostra di essere perfettamente funzionante come riferimento interpretativo per le infinite vicende di lotte e contrasti politici che la storia ha visto inscenare sul suo palcoscenico; nello stesso tempo essa ha il merito di istituire una distinzione che non presume di definire il giusto e lo sbagliato, il lato buono e il lato cattivo della medaglia (mentre la coppia uguaglianza-disuguaglianza, pur con tutte le opportune cautele indicate da Bobbio, resta una dicotomia non proprio neutra per quanto riguarda l’impatto assiologico).
Ma probabilmente il suo merito più grande è quello di poter servire metastoricamente anche per le future battaglie che la politica vedrà compiersi.

Naturalmente una distinzione del genere presuppone che gli attori della dinamica inclusione-esclusione possano cambiare in continuazione: i fautori dell’inclusione, una volta che il gruppo nuovo è stato incluso, se si “chiudono” alla prospettiva di allargare ad altri gruppi il potere, una volta realizzato il loro obiettivo, saranno evidentemente fautori della omologazione e della conservazione.
Questo non è necessariamente un punto di debolezza della distinzione, tutt’altro: serve anzi a sottolineare che l’ideale di una «eterna sinistra» è il continuo cambiamento in direzione dell’allargamento delle sfere di diritti e di prerogative a sempre nuovi gruppi, e che se la sinistra cede alla tentazione di compiacersi del realizzato perde di vista la sua meta ideale e diventa fautrice involontaria della conservazione, passando dall’altra parte. Cosa che appunto ci è confermata, oltre che dalla storia passata, dalle dinamiche politiche del tempo attuale.

Se la dicotomia individuata funziona davvero come categoria di analisi storica del passato, si tratta adesso di individuare la forma attuale con la quale essa può prescrivere la direzione della svolta politica e ideologica a una sinistra morente. Si tratta di chiedersi cosa può e deve cambiare ancora nel nostro mondo attuale.

C’è molto lavoro da fare ma dobbiamo essere fiduciosi ed il prima linea.

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